7 dicembre 2011
11
Appena arrivato, ho posato le valigie in terra ed ho iniziato a scriverti.
Poi ho dovuto interrompere e ripreso. Sono giorni che ti scrivo su fogli volanti, su fogli che mi ritrovo in tasca, ne poso alcuni sul tavolo, altri sul comodino del letto, altri ancora tra le pagine dei libri, come segnali tra i libri e capolino tra i fogli. Scrivo quasi ogni pensiero; lo modello in questa lingua sconosciuta, così poco familiare, così tua; non son riuscito mai a parlare la tua lingua, a far parlare in me la tua lingua, così scomposta durante i nostri baci; le nostre lingue non son mai state in parallelo, eppure io, ecco vedi con un pò di calma, riesco a scriverla, devo riuscirci, è il passaggio obbligato per poter parlarti. Straniero nella tua lingua, straniero tra le tue parole. Tu che non mi risponderai, forse non c’è risposta ed io non la cerco, forse, tu che mi hai sempre creduto un gradino più in basso, come se non sapessi guardarmi, come se non sapessi leggermi, ed è proprio perchè non sai leggermi che tu non mi risponderai -quanto desidero saper leggere, saperti leggere il cuore, ma non lo so, lo leggo e basta; leggo la lettura dei tuoi occhi, leggo la lettera che silenziosa risponderesti, si ormai leggo il silenzio, i miei occhi vedono dove non c’è nulla da vedere, vedono l’invisibili tracce dei tuoi sospiri; tu che avevi abbandonato il passato remoto, che avevi annunciato al passato l’esser remoto, ed invece lentamente hai spento la luce e chiuso le stelle, riesumando fantasmi, tu che mi hai misurato a fantasmi, prendevi la taglia di entrambi, in effetti a me la misura spettrale non stava, ero troppo presente e vivo. Come una sarta con i suoi modelli -forse infiniti spettri tra me e te si aggirano, forse un cerchio di fantasmi ci stringe, anche questa lettera lo è, questa folle lettera lo è, è il mio io che ti presento in questa veste e con questi panni, forse anche i nostri ricordi, il mio di te, il tuo di me.
Eppure sapessi quanto la strada del mio tempo, percorsa in questi primi giorni, è piena di pensieri che si rivolgono a te, i miei pensieri si fanno densi, si compongono, si imbustano e si spediscono, da soli, mio dolce-amaro arrivo. Ogni arrivo è un mancamento affinchè sia tale, è uno svenimento d’obbiettivo, un demosciamento di fantasma.
12
Sui muri di questa città, dove una scritta compare io leggo il tuo nome; si non il tuo, lo so bene; come può essere il tuo? Il tuo di te in questa lingua mia che non ti conosce, per la quale sei la sconosciuta…come io nella tua, il mio nome intraducibile nella tua bocca, il mio farmi nome in te, così strano…il tuo chiamarmi, il tuo richiamarmi in mille modi, il tuo, dico tuo, modo di appellarmi e di tendermi, di richiamarmi all’attenzione, alla tua attenzione per svanire infine. Le tue fughe per le stradine.
13
Ho fatto un viaggio schifoso, mare senza pace, continuo a sbattere dal ponte a coperta, i limiti della nave mi soffocano. Nausea più per il tuo addio, che per il mare…vedo chiazze di cielo. Mentre partivo ho ripercorso in taxi dei tratti delle nostre passeggiate, tornavo e ritornavo al passato, mentre lui ripercorreva io rincorrevo e pensavo a te, pensavo dove fossi in quel momento, cosa attraversava la tua testa, noi che ancor per poco eravamo così vicini, eppure ormai lontani. Dov’è il tuo cuore? Chissà come batte? Domande che si accavallano ora, ma che tu non saprai quante e quante volte torneranno in me, esse di tanto in tanto rifioriranno e partiranno verso di te, ma tu, schermo chiuso, non saprai quanto i miei pensieri ti cullano e quanto faranno per anni ancora, perchè io tengo tutto dentro, tengo tutto come in un mare immenso eppure finito, dove ogni corrente ha un nome ed ogni flutto un viso; l’amore non finisce mai di girare, forse a vuoto, si forse…forse è solo una corsa a vuoto, che continua a tornare e segnare sempre di più un tracciato…me.
Ti scrivo nelle pause dei trasferimenti, ti scrivo mentre sono sballottato da un capo all’altro della città per lavoro, non per il mio lavoro, lo sai, ma per averne uno. Condizioni disastrose, sapessi; o forse sono io incontentabile. Solo adesso son riuscito a fare un po’ di ordine, tra tutti i fogli, anche dietro gli scontrini dei negozi ti ho scritto. Ti ho scritto ovunque. Ti scrivo ovunque, dappertutto, su ogni viso che incontro(«la conoscete ?, l’avete vista ?, so che la conoscete, se sapeste, si si, parlatemi di lei, si si, ve ne parlerò io, si si che le nostre parole le arrivino») e adesso che ricompongo, che riscrivo, che riporto come fosse una seconda mano quello che ho scritto nei giorni addietro, sono preso da una strana sensazione; quasi preferirei spedirti i mille brandelli di lettera, piuttosto che tessere ora, a mente fredda, un panno compatto, perchè mandarti il freddo di lettere che non saltano? perchè dover ricucire e sistemare la pulsante vena che mi inonda?; che senso ha riordinare tutto? Avrei dovuto spedire appena scritto, e per ogni scritto una spedizione. Cosa avrei dovuto aspettare? Forse un po’ del mio calore sarebbe perfino arrivato a te.
Il foglio sul quale scrivo è un isola tra le cartacce stropicciate, del mio scriverti disordinato di questi giorni. Li ho radunati tutti, i foglietti, e cerco di non muovere troppo le mani per non farne cadere in terra alcuno.
16
Nel buio dei tuoi occhi: scrivo lontano dal tuo sguardo, dalle tue pupille che sapevano disegnarmi per te, e scrivo dell’oblio dei tuoi occhi che non sanno più guardarmi. Sento il silenzio dei tuoi pensieri e l’ombra sui nostri ricordi.
18
Notte accesa di sorgenti salate, di altalene. Sono sette giorni ormai che non ti vedo, un pò l’aria si calma, l’onda dal sasso lanciato si è sparsa tutt’intorno al lago, ha toccato il bordo e tornata indietro in contrazione ha scontrato le ultime che ancora si formavano nuove; l’aria si ferma nei polmoni quando ricompari nella mia testa…………Una spes nastosio.