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7 dicembre 2011

Dopo aver lasciato tutto per strada, dopo aver abbandonato tutte le coperture e gli ombrelli, dopo aver lasciato tutti i tetti e le caverne, dopo la rinuncia alle palafitte per scendere giù, sfiorare, annussare e agguantare il fango, dopo aver lasciato le borse, dopo aver lasciato i Dii, le assicurazioni, i legacci, le luci ed i focolari e dopo aver creduto di essere uscito lindo, sano, integro, maturo da tutto ciò ti accorgi che è tutto da rifare, da riprendere e da rivalutare, tutto da ricordare, tutto, ma proprio tutto da rielaborare per finalmente amarsi. Perché ecco quell'esercizio che compi ogni giorno, quella melete thanatou che cotidie riprendi sulle tue spalle non ti ha insegnato fino in fondo ancora nulla, quell'esperienza di morte che cambia la vita tu non l'hai ancora voluta affrontare, ancora troppo spesso esposto alla casualità del colpo, perché per un ben minimo di riflessione di attorcigliamento su se stessi è necessario un momento di calma, di pace, di rasserenata realtà ed è questa la condizione per uscire dal fango. Ed allora questo esercizio di morte che ogni giorno sbaglio, che ogni giorno tento di non fare, di occultarlo, di ingoiarlo senza masticarlo, ecco quello che devo rigurgitare, riprendere ed affrontare nel modo giusto, con la giusta dinamica introiettiva, con la corretta digestione. Ed ecco che questa falsa esperienza di morte alla quale mi avvicino sempre più, con la quale lotto ogni giorno è, mi accorgo ora, una non esperienza, cos'ha di rielaborato?, cos'ha di vissuto? cos'ha di esperienzato? nulla…ed è questa falsa esperienza di morte, di me morto, di me imminentemente chiuso, spento, senza vie d'uscite, senza possibilità…….ecco le possibilità di cui mi sento privo, la chiusura di esse, ecco il non poter più andare avanti, il mio sentire di essere impedito e la paura a corcondare tutto…questo vuole dire tutto ciò che mi impedisco di fare, tutte le possibilità che io stesso mi chiudo, tutte le strade che io mi punisco….
dov'è finita la mia corsa temeraria, dov'è finito l'oltrepassamento così insistente, la provocazione senza tema di punizione, dov'è finita la libertà, lo spirito libero, dov'è finito lo sbriciolarsi dello steccato?

…alla fine ed ecco le conclusioni, così amare, così tristi, così pesanti…son forse io che ho fatto cessare tutto questo, punendomi internamente per mancanza di punizione esterna, essendo stato cresciuto sulle punizioni? Ho forse interpretato gli scacchi come punizioni alle trasgressioni?? Non è forse vero che io, io, io, ero cosciente dell'infrazione e che forse ho mantenuto memoria dell'infrazione, del passo falso, dell'oltrepassamento e che non ho fatto altro che interpretare la botta come punizione? fino ad autoprovocare botte….

che cosa si anela per tutta la vita se non la libertà? e cos'è questa vita se non la ricerca di essa…per quanto possano sembrare vuote queste parole……

Un commento

  1. “Non è il caso né di aver paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi.”
    (G. Deleuze – La società del controllo)



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